{"id":3950,"date":"2016-05-10T18:29:45","date_gmt":"2016-05-10T17:29:45","guid":{"rendered":"http:\/\/www.sciatoridepoca.it\/?p=3950"},"modified":"2016-05-10T18:29:45","modified_gmt":"2016-05-10T17:29:45","slug":"luca-steffenoni-un-venerdi-da-leoni-10-05-16","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.sciatoridepoca.it\/?p=3950","title":{"rendered":"Luca Steffenoni &#8211; Un venerd\u00ec da leoni &#8211; 10.05.16"},"content":{"rendered":"<p>UN VENERDI&#8217; DA LEONI<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Mi ero svegliato presto. Prestissimo. Ancor prima che la sveglia, puntata sulle cinque, iniziasse a trillare. Forse non avevo nemmeno dormito, tanta l&#8217;eccitazione per quella partenza. Avevo evitato ogni rumore per non svegliare i miei, mi ero lavato alla bene meglio, infilato la ruvida calza maglia in misto lana o chiss\u00e0 che accidente, i jeans, una t-shirt con la linguaccia dei Rolling Stones a contatto pelle, poi una vecchia maglia spacciata dall&#8217;etichetta per \u201cadatta alle alte quote\u201d, il fido maglione Silvy Tricot bianco e blu. Mancava solo il piumino Moncler comprato usato da un compagno di classe e i peloni che mi facevano assomigliare a uno zampognaro della Sila, ma che a me apparivano il massimo dell&#8217;eleganza. Presa la sacca degli sci contenente i fidi Rossignol St con attacco Look e l&#8217;altra con scarponi e tutto il resto.<\/p>\n<p>Guanti, cappellino, occhiali. C&#8217;era tutto. Una procedura consolidata. Appuntamento in piazza Castello\u00a0 dove allora partivano i bus per le localit\u00e0 alpine.<\/p>\n<p>L&#8217;avevo fatto tante volte. Il tram sarebbe comparso nella nebbia, perch\u00e9 allora a Milano c&#8217;era ancora, specie all&#8217;alba, e sferragliando mi avrebbe portato davanti alla grande fontana. Ma questa volta era diverso. Niente sci club, niente adulti tra i piedi, nessuna gita organizzata, solo la libert\u00e0 dei diciassette anni.<\/p>\n<p>Si prospettava un ponte dell&#8217;Immacolata storico. Del resto eravamo al culmine dei trasgressivi anni &#8217;70 e non avevo intenzione di perdere nemmeno un minuto di quella baraonda.<\/p>\n<p>Preparare la gita non era stata impresa facile. Roberto, il mio fido compagno di tante avventure, come sempre si era mostrato\u00a0 entusiasta. \u201cFigata!\u201d aveva commentato alla prospettiva di andare da soli a Cervinia.<\/p>\n<p>Roby era quel tipo di ragazzo che se gli avessero proposto la traversata del Polo, mezzora dopo l&#8217;avresti trovato sotto casa con la slitta e i cani. Sembrava non avesse genitori da tanto era libero. Una testa riccia, occhiali da secchione, quaranta chili per un metro e sessanta scarsi e tanta energia da vendere. Il problema non era lui. Il problema era il proprietario della villa nella quale ci saremmo voluti posizionare. Lo chiameremo Davide perch\u00e9, dopo essersi applicato con metodo a distruggere l&#8217;ex azienda paterna della quale oggi porta solo il cognome, forse non gradirebbe i nostri ricordi di giovent\u00f9.<\/p>\n<p>Davide era un compagno di classe e un amico, per quanto quell&#8217;amicizia paresse incomprensibile ai pi\u00f9. Davide era schifosamente ricco di famiglia, lo dico con tutta l&#8217;invidia del caso, e aveva l&#8217;aspetto di un bagnino, hippie californiano. L&#8217;idolo di tutte le liceali, almeno fino a quando non ci parlavano assieme. Aveva tutto per essere felice e invece niente, era ci\u00f2 che oggi si definirebbe un adolescente problematico, afflitto dal mal di vivere. In cura fin da piccolo presso uno stimato psicanalista che, dopo averlo definito \u201csociopatico\u201d non era andato oltre e non sembrava ottenere i risultati sperati. Era maleducato, presuntuoso, viziato, egocentrico, indolente e perennemente annoiato. Uno al quale non fregava niente di nessuno. L&#8217;unico suo interesse era farsi le canne, il che pu\u00f2 essere anche considerata un&#8217;attivit\u00e0 degna di nota, ma difficilmente ci si costruisce sopra un&#8217;intera esistenza.<\/p>\n<p>Seguendo la moda del periodo si definiva un tipo contorto, \u201cin para\u201d, caratteristica che sottintendeva, mediante un uso fin troppo disinvolto del termine, la paranoia resa pi\u00f9 celebre dal disco dei Black Sabbath che dai trattati medici. Ci\u00f2 aumentava molto il suo fascino presso le suddette giovani donne sempre votate al sacrificio, ma non scalfiva il giudizio popolare del liceo Leonardo da Vinci che, insensibile alle diagnosi scientifiche, lo bollava come \u201cuna gran testa di cazzo\u201d.<\/p>\n<p>Per farla breve e gustarsi tre giorni di sci, birra e Rock&#8217;n Roll, tutte cose che a quell&#8217;et\u00e0 potevano benissimo convivere, bisognava avere la disponibilit\u00e0 del suo appartamento. Le ragazze, poi, rappresentavano un ottimo motivo per coinvolgere Davide, perch\u00e9 Roberto ed io sapevamo che tre coetanee di notevole aspetto e voglia di divertirsi si erano gi\u00e0 posizionate senza genitori presso il Residence Cielo Alto. Presumibilmente attratte dalla sua presenza, non certo dalla nostra.<\/p>\n<p>Mentre il tram procedeva nel buio della notte, gi\u00e0 fantasticavo su improbabili orge. Una ragazza era Elena, bellezza acerba e irraggiungibile. Alta, bionda, occhi verdi&#8230;nemmeno pensarci, quella sarebbe caduta ai piedi di Davide e manco mi avrebbe rivolto la parola. Gi\u00e0 vedevo la scena come in un film di Woody Allen \u201cpussa via, sgorbio\u201d. Meglio concentrarsi su Marta che tutto sommato non era niente male e mi aveva gi\u00e0 fatto presagire un qualche interesse. Di accoppiare Silvia con Roberto nessuna speranza, purtroppo con le ragazze era uno sfigato cosmico.<\/p>\n<p>Preso dai miei sogni, quasi perdevo la fermata del Castello.<\/p>\n<p>Roberto era gi\u00e0 li, a fianco del pullman diretto a Cervinia. Di Davide nemmeno l&#8217;ombra.<\/p>\n<p>\u201cTra cinque minuti si parte, caricate i bagagli!\u201d grid\u00f2 l&#8217;autista.<\/p>\n<p>\u201cLo sapevo, c&#8217;era da giurarci, quello stronzo star\u00e0 dormendo&#8230;o forse l&#8217;ha fatto apposta, un bello scherzo del cazzo, noi qui vestiti da sci e lui a casa sotto le coperte\u201d. Iniziavo a innervosirmi.<\/p>\n<p>\u201cDue minuti e si parte!\u201d.<\/p>\n<p>L&#8217;autista non sembrava il tipo disposto ad ascoltare le mie lamentele: \u201cU\u00e8h bel ricciolino s\u00f9n mica qui a fare il tassista per te e il tuo amis\u201d aveva detto, sbattendo in malo modo la porta.<\/p>\n<p>L&#8217;odore del gas di scarico mi colp\u00ec come un fungo atomico. La carogna aveva messo in moto, inserito la freccia e stava inesorabilmente partendo. Portandosi appresso le mie sciate, i miei sogni e tutto il resto.<\/p>\n<p>\u201cCazzo, cazzo, cazzo&#8230;io lo ammazzo quello stronzo\u201d. Non avevo finito la frase che lo stronzo in questione si pales\u00f2 in mezzo agli altri autobus ancora parcheggiati, con l&#8217;aria pi\u00f9 rilassata del mondo e un sacchetto da panettiere in mano.<\/p>\n<p>\u201cRagazzi, vi ho portato le brioches calde\u201d.<\/p>\n<p>\u201cDalle a tua sorella le brioches&#8230; il pullman \u00e8 partito e noi qui ad aspettarti come degli imbecilli&#8230;ma io dico, una volta, una fottutissima volta che devi arrivare puntuale&#8230;\u201d.<\/p>\n<p>\u201cAh \u00e8 partito&#8230;accidenti che peccato&#8230; e adesso cosa facciamo? Prendiamo il treno?\u201d disse serafico Davide.<\/p>\n<p>\u201cNiente da fare, ho gi\u00e0 chiesto, ad Aosta non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 coincidenza con l&#8217;autobus, vanno solo a Pont Saint Martin e poi li che facciamo?\u201d dissi.<\/p>\n<p>\u201cAutostop?\u201d propose Roberto.<\/p>\n<p>\u201cS\u00ec bravo, con sacche da sci, borse e questo sconvoltone appresso, voglio vedere chi ci prende&#8230;fanculo, fanculo, fanculo\u201d mi disperai.<\/p>\n<p>Roberto, inaspettatamente, prese il comando: \u201cNiente panico, ragazzi, abbiamo detto Cervinia e Cervinia sar\u00e0, dovessimo andarci a piedi&#8230; ho un piano, ma prima devo fare una telefonata, qualcuno ha un gettone?\u201d.<\/p>\n<p>Ce l&#8217;avevo.<\/p>\n<p>\u201cOkey, ora fate una bella cosa, state qui fermi a curare sci e borse e aspettatemi, vado a fare una telefonata e che Dio ce la mandi buona\u201d. Roberto spar\u00ec. Davide per non sbagliare inizi\u00f2 a rollarsi una canna. Io ero imbestialito.<\/p>\n<p>I piani di Roberto, famosi quelli per copiare durante i compiti in classe, avevano parecchi punti deboli. Ci\u00f2 spiega perch\u00e9 fosse stato bocciato nonch\u00e9 la mia assoluta sfiducia verso le sue idee balzane.<\/p>\n<p>Pass\u00f2 la mezz&#8217;ora pi\u00f9 lunga della mia vita con Davide che tentava di fare la pace e la prospettiva di ripresentarsi a casa con le pive nel sacco. Un clacson sputacchiante mi riport\u00f2 alla realt\u00e0. Una vecchia 500 blu di quarta mano accost\u00f2 il marciapiede. Alla giuda il fratello di Roberto, del quale ho sempre ignorato il nome e in piedi sul sedile, la testa fuori dalla capote di tela, quest&#8217;ultimo con un sorriso raggiante. \u201cCiurma, abbiamo la macchina!\u201d.<\/p>\n<p>\u201cBella idea, grazie, poi mi spieghi come ci stiamo in quattro, con borse e sci in una 500, con Davide che \u00e8 alto almeno un metro e ottanta&#8230; sembra la barzelletta dei quattro elefanti sulla&#8230;\u201d dissi sconsolato.<\/p>\n<p>\u201cNon siete in quattro, siete in tre, io vi ho solo portato la macchina presa in prestito da mamma&#8230;che tra parentesi non sa nulla e nulla deve sapere, poi vi arrangiate da soli\u201d disse il guidatore.<\/p>\n<p>\u201cDai non perdiamo tempo, gli sci li mettiamo cos\u00ec\u201d. Roberto prese le sacche e le infil\u00f2 dalla capote. \u201cAnche se restano fuori, chissenefrega&#8230;le borse le leghiamo sul tetto, tenendole con questa corda&#8230;se facciamo un buon lavoro non cade niente e blocchiamo pure l&#8217;aria fredda&#8230;\u201d.<\/p>\n<p>Sembrava invasato.<\/p>\n<p>Diedi immediatamente il mio contributo disfattista: \u201cVorrei farvi notare che il pi\u00f9 vecchio di noi, che poi sono io, ha da poco compiuto diciassette anni e non mi risulta che la patente la diano per simpatia&#8230; chi cazzo guida?\u201d.<\/p>\n<p>I due amici si voltarono all&#8217;unisono. \u201cTu\u201d.<\/p>\n<p>\u201cIo non so guidare\u201d.<\/p>\n<p>\u201cMa se vai sempre a guidare con tuo padre&#8230;che cavolo ci vuole? Frizione, acceleratore, butti dentro una marcia&#8230; a proposito, quante marce ha la 500?\u201d disse Davide.<\/p>\n<p>\u201cAver guidato dieci minuti nel parcheggio di San Siro con a fianco mio padre, non significa saper guidare\u201d.<\/p>\n<p>Roberto mi prese per un braccio portandomi al limite di un&#8217;aiuola, poi si mise una mano tesa sulla fronte come a proteggersi dalla luce e scrutare l&#8217;orizzonte.<\/p>\n<p>\u201cVedo laggi\u00f9 piste imbiancate, neve farinosa, gobbe che chiamano&#8230;Lucaaaaa, Lucaaaa, ti aspettiamo, vedo il Furggen e il Ventina che urlano&#8230;manchi solo tuuuuu. A guardare proprio bene vedo anche tre belle gnocche che ci aspettano\u201d. Ammetto che sapeva essere convincente.<\/p>\n<p>\u201cSiamo in tre con una macchina a pezzi rubat&#8230;va beh, presa a prestito, senza portapacchi, senza portasci, senza uno straccio di patente, senza documenti, senza catene e ovviamente senza riscaldamento&#8230; \u00e8 una grossa cazzata&#8230;\u201d dissi.<\/p>\n<p>Poi li guardai, persino Davide aveva l&#8217;aria di un cane bastonato. Li stavo deludendo.<\/p>\n<p>\u201cOk, \u00e8 una cazzata apocalittica quindi&#8230;facciamola\u201d dissi.<\/p>\n<p>\u201cSiiii!!!!!\u201d. L&#8217;entusiasmo aveva contagiato perfino Davide solitamente freddo e menefreghista.<\/p>\n<p>\u201cUn momento\u201d disse Roberto \u201cprima l&#8217;urlo\u201d.<\/p>\n<p>Mettemmo le nostre mani una sopra l&#8217;altra: \u201cOne, two, three&#8230; Rock&#8217;n Roll!!!!\u201d. Era il nostro grido di battaglia, imparato a un concerto dei Led Zeppelin e urlato a squarciagola nei corridoi della scuola.<\/p>\n<p>Con una grattata spaventosa la macchina si mise in movimento. Roberto infil\u00f2 nel mangiacassette portatile un nastro dei Sex Pistols e per tre minuti ci sentimmo fighissimi. Al quarto eravamo gi\u00e0 fermi al centro della piazza senza che la macchina si sognasse di riaccendersi.<\/p>\n<p>Quel che \u00e8 peggio, la 500, che con quelle lunghe aste infilate in verticale assomigliava alle vetture delle giostre, bloccava l&#8217;auto di dietro. Dopo una lunga serie di epiteti in stretto dialetto milanese, ricevetti dal suo guidatore la pi\u00f9 veloce lezione sull&#8217;uso della doppietta che la storia ricordi, sufficiente a ripartire senza trovarmi la leva del cambio in mano.<\/p>\n<p>In piazza Firenze vol\u00f2 via la prima borsa, costringendoci a una sosta e a un riposizionamento del bagaglio sul tetto. Alla fine di viale Certosa ci affianc\u00f2 una Giulia verde militare della Celere. Attimi di paura. I due poliziotti ci squadrarono con un certo disgusto, poi dopo aver parlottato tra loro devono aver deciso che tre imbecilli di quella risma non potevano costituire una banda armata e con una sgommata degna dell&#8217;ispettore Callaghan avevano proseguito sulla loro strada. Il cuore poteva ricominciare a battere.<\/p>\n<p>Entrati in autostrada tutto divent\u00f2 pi\u00f9 semplice. Niente pi\u00f9 marce da ingranare, solo il piccolo acceleratore da tenere pigiato.<\/p>\n<p>\u201cGod save the Queen&#8230;. la la la la&#8230; no future, no future for you\u201d.<\/p>\n<p>La Sambuca portata da Roberto in una fiaschetta appartenuta al nonno alpino, aiutava a sopportare il freddo che si infilava dalla capote parzialmente aperta. L&#8217;umore era tornato ai massimi.<\/p>\n<p>Sosta al Pavesini, come si chiamava allora, per scaldarsi un po&#8217; e fare benzina e poi via. Intorno a Santhi\u00e0 ero gi\u00e0 certo che la scuola per acquisire la patente fosse un&#8217;inutile perdita di tempo.<\/p>\n<p>Le cose si fecero pi\u00f9 difficili quando la strada inizi\u00f2 ad inerpicarsi verso la montagna, ma se si esclude un perfetto testacoda di trecentosessanta gradi sul fondo nevoso, che riport\u00f2 senza alcuno sforzo la macchina perfettamente in linea con l&#8217;obiettivo della gita, tutto sembrava andare per il meglio e finalmente il Cervino comparve all&#8217;orizzonte. Il pi\u00f9 era fatto ora si trattava solo di ringraziare Dio che, evidentemente quel giorno, aveva preso a cuore la sorte degli incoscienti.<\/p>\n<p>Era circa mezzogiorno, giusto in tempo per lanciarsi alla funivia e muniti di pomeridiano, godersi l&#8217;inizio del weekend.<\/p>\n<p>Davide non riusc\u00ec a smentire la sua fama di guastafeste. Infilati gli scarponi si mise diligentemente in coda alla biglietteria per poi mollare tutto ritenendosi troppo stanco a causa della levataccia dirigendosi, dunque, verso il divano di casa. Io e Roberto immaginammo che volesse solo accelerare l&#8217;incontro con la bella Elena e ce ne facemmo una ragione. Per parte mia nemmeno Miss Universo sarebbe venuta prima di una bella sciata. Filosofia che \u00e8 tutt&#8217;oggi uno dei punti fermi della mia esistenza.<\/p>\n<p>La giornata era nuvolosa. Bisognava affrettarsi, come tutti sanno il sole ai primi di dicembre cala in fretta.<\/p>\n<p>Arrivati a Plan Maison feci un grave errore. Nell&#8217;ansia di sfoggiare un Kway nuovo, acquistato per l&#8217;occasione, munito di una bellissima chiusura a lampo con i colori francesi, mollai il vecchio piumino malandato sull&#8217;attaccapanni del rifugio e lo indossai. Perfettamente intonato alle ghette Invicta a righe bianche e blu. Una spalmata di Labissan sulle labbra. Niente cappellino, i folti capelli bastavano e avanzavano. Ok, adesso ero pronto per affrontare la salita.<\/p>\n<p>Sinceramente non ricordo gli aspetti sciistici della giornata. Di sicuro ci lanciammo sul Furggen, allora una delle discese pi\u00f9 ambite di tutto il comprensorio.\u00a0 Verso le 15.30 la vecchia funivia che si arrampicava sotto il Cervino venne chiusa a causa delle consuete raffiche di vento che nella localit\u00e0 valdostana sono la regola. Tornammo quindi, per le ultime discese, verso il Plateu.<\/p>\n<p>La regola era sempre stata quella di terminare la giornata, attendendo sulla cima che la pista del Ventina si svuotasse per poi, a impianti chiusi, affrontare una direttissima in discesa libera. Roberto non era un grande sciatore e dunque per questa volta niente sfida a chi fosse arrivato prima.<\/p>\n<p>Nel quarto d&#8217;ora necessario alla salita in funivia, le raffiche di vento aumentarono decisamente, cosa che costrinse il manovratore a fermare la cabina oscillante per un lunghissimo periodo. Ne approfittai per chiacchierare con un giovane maestro di sci che affrontava l&#8217;ultima discesa della giornata con un po&#8217; di bambini al seguito. Tutti sembravano divertirsi un mondo e accompagnavano le oscillazioni con dei lunghi \u201cohhhh\u201d e tante risate. Io che non sono mai stato un fifone, ma sono stato educato da pap\u00e0 e nonno ad un certo rispetto per la montagna, notai uno sguardo preoccupato del manovratore che attendeva il drinn del telefono con una certa trepidazione. Si intuiva una tensione che non mi piaceva per nulla. Forse da ragazzini si \u00e8 pi\u00f9 sensibili&#8230;boh, comunque sia io, il maestro e il conducente sembravamo gli unici ad accorgerci che fuori dai vetri non si vedeva pi\u00f9 nulla. Piano, piano, pianissimo, la funivia arriv\u00f2 in cima. Erano gi\u00e0 quasi le cinque. Naturalmente l&#8217;addetto alle funivie ci avvert\u00ec che bisognava scendere con gli sci perch\u00e9 l&#8217;impianto si sarebbe fermato. Poi spar\u00ec.<\/p>\n<p>Roberto e io ritenemmo che fosse il caso di sbrigarsi ad affrontare la discesa e fummo i primi ad uscire dal tunnel che dava sulla pista. Lo scenario era totalmente cambiato. Un vento gelido spezzava la faccia ed era quasi diventato buio. Tornai un attimo dentro. Chiusi bene la stupida giacca a vento leggerissima, mi tirai su il cappuccio, poi presi a prestito una lunga sciarpa di lana che era stata abbandonata da qualche sciatore su di una panchetta e me la arrotolai sul capo come fanno i Tuareg. Il maestro di sci, gentilissimo, mi diede una maschera Baruffaldi, perch\u00e9 ne aveva due in tasca.<\/p>\n<p>Aprimmo la porta della stazione a monte e mentre i viaggiatori dell&#8217;intera cabina, si attardavano, affrontammo la prima diagonale che porta a valle.<\/p>\n<p>Si faceva una gran fatica a scendere anche nella massima pendenza. Facemmo seicento, settecento metri, quando avvenne qualcosa che non dimenticher\u00f2 mai e che in cinquantanni di sci mai mi \u00e8 ricapitata. Un fronte bianco, simile a una slavina, misto di neve, ghiaccio e perfino qualche pietra ci colp\u00ec in pieno. Una sorta di onda violentissima che aveva la particolarit\u00e0 di salire dal basso verso l&#8217;alto. Nei giorni successivi si dir\u00e0 che una tromba d&#8217;aria, fenomeno rarissimo in alta montagna, si era scagliata sul ghiacciaio e aveva colpito il crinale poco pi\u00f9 in basso del punto nel quale ci trovavamo. Ci saranno polemiche, accuse agli svizzeri che non avrebbero avvertito in tempo i colleghi italiani. Storie di ripicche e di sgarbi tra contendenti nella gestione degli impianti di Plateu. Tutto ci\u00f2 non si dimostrava di alcun aiuto, mentre sollevato a qualche centimetro da terra, mi ritrovai in piena bufera, respinto a dieci, quindici metri da dove mi trovavo prima. Non si vedeva pi\u00f9 nulla e soprattutto era quasi impossibile respirare controvento. Iniziai a pensare che il Dio della montagna, meno benevolo di quello degli automobilisti, mi presentasse il conto.<\/p>\n<p>Vedevo solo Roberto. Probabilmente, se la nebbia polverosa, si fosse diradata, mi sarei accorto che almeno una quarantina di persone, nelle poche centinaia di metri che ci dividevano dall&#8217;arrivo della funivia, erano nella stessa situazione. Invece nulla. Nemmeno si capiva pi\u00f9 dove fosse l&#8217;alto e il basso. Passato qualche minuto dal nulla comparve il maestro, insieme ad un gruppetto di adulti. Era pallido, spaventato. A segni, perch\u00e9 parlare con quel vento che non accennava a diminuire, era quasi impossibile, ci fece capire che si era perso i ragazzini al seguito.<\/p>\n<p>Non mi ricordo a chi venne l&#8217;idea, ma decidemmo di fare una catena, tenendoci per mano allo scopo di chiudere la pista ed evitare che altre persone ci sfilassero in quello che ormai era un muro bianco. Quando il primo adulto si tolse gli sci, cercando di infilarlo nella neve, ci fu un&#8217;altra amara scoperta. Il vento era talmente forte che lo sci vol\u00f2 via, perso nella bufera.<\/p>\n<p>Fortunatamente in quegli anni molti portavano ancora i laccetti di sicurezza e le cinghie per tenere uniti gli sci. Costruimmo una corda legando tutti gli sci assieme, cosicch\u00e9 fossero pi\u00f9 pesanti e l&#8217;operazione dette i frutti sperati. Poi, accovacciati a terra, la catena umana ha iniziato a muoversi verso i bordi della pista. In effetti qualcuno arrivava. Volti ghiacciati uscivano dalla nebbia e ci comparivano davanti. Finalmente uno dietro l&#8217;altro arrivarono anche i bambini. Tutti si muovevano a ondate, approfittando degli attimi nei quali il vento calava quel tanto da permettere di avanzare qualche metro. Di scendere oltre, lungo la pista, nemmeno a pensarci.<\/p>\n<p>Alla fine contammo circa una cinquantina di persone, bloccate come noi a 3000 metri in mezzo a una bufera di portata epica e ritenemmo che il resto dei componenti della funivia, fosse rimasto saggiamente, nella stazione d&#8217;arrivo.<\/p>\n<p>Ma le sorprese non erano ancora finite. Ho gi\u00e0 detto di come Roberto, diciassettenne col fisico di un quattordicenne, non fosse proprio un Rambo. Eppure, inspiegabilmente, mentre omoni di quarantanni iniziavano a piagnucolare e a disperarsi per il freddo sempre pi\u00f9 pungente, mostr\u00f2 doti inaspettate. Gli venne una nuova idea.<\/p>\n<p>\u201cScaviamo con le mani una grande buca e ci mettiamo i bambini dentro, poi attorno un cerchio con le donne, e noi stiamo attorno&#8230;pi\u00f9 stiamo vicini e pi\u00f9 ci scaldiamo&#8230;nel frattempo arriveranno i soccorsi\u201d. Il piano fu ben accolto da tutti, primo fra questi il maestro che involontariamente fungeva da autorit\u00e0 di quello che sar\u00e0 destinato a rimanere a lungo, un vero gruppo di sopravvivenza.<\/p>\n<p>Lavorando con i bastoncini e con i guanti, una specie di buca, non molto profonda per la verit\u00e0 a causa del ghiaccio sottostante, si riusc\u00ec a fare. I bambini erano i pi\u00f9 protetti, ma anche quelli che meglio sopportavano i rigori del freddo. Ridevano ai racconti scolastici di Roberto che si era improvvisato clown e animatore dei pi\u00f9 giovani. Il problema erano alcuni adulti. Abituati a qualcuno che si prenda la responsabilit\u00e0 e le colpe, ossessionavano con richieste e proteste il povero maestro. Con l&#8217;arrivo del buio la situazione precipit\u00f2.<\/p>\n<p>Credo che non esista buio pi\u00f9 buio di quello che si pu\u00f2 avere in alta montagna, in mezzo a una tormenta, senza una stella, una luna, una cazzo di pila, o un&#8217;accendino. In quanto ai telefonini, sfortunatamente, nessuno aveva ancora pensato di inventarli.<\/p>\n<p>Erano ormai le venti, eravamo in quella situazione da tre ore, con il rischio di rimanerci per tutta notte. La tensione era ai massimi. Un cretino si tolse un guanto che naturalmente vol\u00f2 via e dovette rimanere con la mano in tasca. Altri si convinsero che fosse meglio tentare di scendere a valle con gli sci, ma non riuscirono nemmeno a infilare gli attacchi. Un gruppetto decise che nel buio fosse possibile fare seicento metri di pista a piedi, trovare una scalinata ghiacciata che portava a un piccolo rifugio abbandonato, sfondare la porta e trovare riparo. Il risultato, dopo dieci metri, fu una caduta collettiva, con un secondo cretino che, si scoprir\u00e0 pi\u00f9 tardi, ci rimetter\u00e0 un ginocchio.<\/p>\n<p>L&#8217;adrenalina e l&#8217;incoscienza non mi faceva sentire pi\u00f9 di tanto il freddo, ma la situazione non accennava a migliorare. Verso le 21.30 tutti ebbero la sensazione di vedere un piccolo bagliore provenire dal cielo. \u201cEcco, sono i soccorsi&#8230;un elicottero\u201d. L&#8217;elicottero, si sapr\u00e0 dopo, non era stata una suggestione collettiva, ma era riuscito solo ad avvistare il gruppo, non certo a scendere, causa raffiche a pi\u00f9 di cento all&#8217;ora.<\/p>\n<p>La logica diceva che tutto il paese si sarebbe allarmato per la nostra assenza, ma le ore passavano inutilmente.<\/p>\n<p>Finalmente, saranno state le undici di notte, il tempo intercorso tra una raffica e l&#8217;altra, inizi\u00f2 ad allungarsi. Poco dopo, nel buoi pi\u00f9 totale, si intravide un po&#8217; di chiaro. Era fatta. Un gatto delle nevi stava faticosamente risalendo il pendio sotto di noi.<\/p>\n<p>In teoria l&#8217;avventura sarebbe finita li. In realt\u00e0 feci in tempo a vedere scene, che francamente mi sarei risparmiato e mi fanno tuttora dubitare della natura umana. Ci fu un assalto degno di quello all&#8217;ultima scialuppa di salvataggio del Titanic. Uomini grandi e grossi con piumini da cinquecentomila lire che li avevano sicuramente ben protetti che calpestavano bambini per conquistare un posto sul cassone esterno, gente che urlava con il guidatore perch\u00e9 i soccorsi sarebbero arrivati troppo tardi, altri che minacciavano azioni legali perch\u00e9 il poveretto nella bufera non aveva potuto evitare di fare una bella marmellata dei pochi sci che non erano gi\u00e0 volati via. Dopo un po&#8217; arriv\u00f2 un secondo gatto, ma il posto era ancora troppo poco. I nostri sci legati come un salame erano ancora disponibili, per cui assieme al maestro decidemmo di scendere a spazzaneve protetti dal gatto e aiutati da una corda.<\/p>\n<p>Alla fine arrivammo a Plan Maison e da qui in paese. Sulla nostra avventura scorrevano i titoli di coda. E proprio la fine di un film catastrofico, appariva Cervinia. Qualche cosa come la scena finale di Airport 75 o dell&#8217;Inferno di Cristallo. Elicotteri, ambulanze, alpini soccorritori, maestri di sci, telecamere della televisione e perfino Mike Bongiorno che temeva per alcuni amici.<\/p>\n<p>Il bilancio medico, tra principi di assideramento, una frattura, congelamenti a mani e piedi, stando a quello che scrissero i giornali, sar\u00e0 abbastanza grave.<\/p>\n<p>Il maestro ci diede una pacca sulla spalla e ci ringrazi\u00f2. Ci mettemmo gli sci in spalla e sentendoci eroi che galoppano nel tramonto andammo verso casa.<\/p>\n<p>Ehi un attimo&#8230;c&#8217;\u00e8 ancora un epilogo.<\/p>\n<p>Quando suonammo alla porta, quel cretino di Davide, ci accolse con epiteti vari. Non si era accorto di nulla e pensava fossimo a spassarcela da qualche parte. Poco dopo arrivarono Elena, Marta e Silvia che di buon grado ascoltarono venti volte la descrizione della nostra piccola impresa.<\/p>\n<p>Elena volle andare con me a bere qualche cosa e io non riuscivo a togliere gli occhi dal suo visino&#8230;e da tutto il resto. Naturalmente non ci combinai nulla, ma nel mio delirio adolescenziale decisi che avrei fatto di tutto per conquistarla.<\/p>\n<p>A Milano iniziammo a uscire e dopo qualche mese coronai il sogno. Restammo uniti per ben otto anni, andando anche a vivere assieme. Poi fin\u00ec&#8230; ma questa \u00e8 un&#8217;altra storia.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>UN VENERDI&#8217; DA LEONI &nbsp; Mi ero svegliato presto. Prestissimo. Ancor prima che la sveglia, puntata sulle cinque, iniziasse a trillare. 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