Der Letze – 1 Febbraio 1973

Io sono un menagramo.

– Ah!

– Porto tanta sfortuna.

– Bello!

– Tantissima

– A tutti?

– No. A nessuno. È uno scherzo. Mario Cotelli lo diceva in giro come se fosse stato vero. Ha cominciato in Valgardena quando Zandegiacomo, Besson, Rolando Thoeni, Anzi ed Enzi sono caduti. Non ha pensato che a Val d’Isère, quando è stato male Erwin Stricker, io non c’ero. Poi a Garmisch è arrivato due volte secondo Marcello Varallo. Io avevo già pensato di non andare più dietro alla squadra. Lui mi ha detto che si era sbagliato.

– Chi sei?

– Alfred Bliem. –

Skiman?

– Manager.

– Manager di chi?

– Di Erwin Stricker.

– Ti ha assunto?

– No, è una questione di amicizia. Ma tu non sei Massimo? Ci siamo visti a Cervinia per il bob. C’era anche la contessa Alfieri. Io ero sul bob. Ero più magro.

– Non mi ricordo.

– Sei vecchio. lo con il bob sono volato fuori quindici volte. Ho cominciato con il bob su strada, nel sessantanove. Ai campionati italiani di Recoaro sono arrivato secondo. Allora sono andato a Cervinia.

– Alla scuola del bob?

– Sì, ma ho imparato subito. Facevo il frenatore. In un anno ho cambiato quattro o cinque equipaggi.

– Perché?

– Eh, perché volavamo fuori e i piloti andavano all’ospedale.

– Tu non ti facevi mai niente?

– Sì, sì. lo mi rompevo qualcosa tutti i giorni. Una mano, un piede. Quando ero pieno di gesso andavo a casa anch’io.

– Ti piaceva, il bob?

– Era molto bello. Tocca qui. Mi sono rotto la testa, accidenti. Ero in allenamento, sopra Varna, con precisione il posto si chiama Scaleres. Era una pista per gli slittini e io ero sul bob. Sono finito in un fiume, ho spaccato tutto. Il bob, il casco, la testa. Tutto.

– Allora hai smesso?

– No. Ho smesso perché non ho potuto andare alle Olimpiadi. Io dovevo andare a Sapporo con il bob a quattro. Alle selezioni ci siamo rovesciati. Mi sono spaccato un braccio. Allora basta.

– Sfortuna.

– Sì, sfortuna. Ma non importa. Sai, la mia passione era la motocicletta.

– Hai corso?

– Sono stato campione italiano.

– Dove?

– Alla Montedison.

– Di moto, hai detto?

– Moto, moto. Gimcana. Avevo un quarantotto. Ho vinto per cinque anni il campionato regionale e nel sessantanove sono andato in finale per il titolo italiano. A Milano. Al campo sportivo della Montedison. E ho vinto. Poi ho smesso.

– Perché ti sei rotto qualcosa?

– No, per fare un piacere alla signora Paola.

– Chi?

– La mamma di Erwin Stricker. Anche Erwin voleva correre in motocicletta, aveva anche lui un quarantotto. Dovevi vederlo. Non voleva mai perdere e faceva le curve da disperato. Allora la signora Paola era molto spaventata e piangeva. Io ho smesso per far smettere Erwin e così abbiamo smesso assieme. Adesso Erwin ha una vecchia Guzzi. La tiene in cantina.

– Devi essere molto amico di Erwin.

– Oh, sì. Noi siamo sempre stati assieme. Vivevamo a Varna ed eravamo nella stessa classe alle scuole elementari, anche se non avevamo la stessa età. Lui adesso ne ha ventidue e io ventitrè. Dopo, Erwin è andato a vivere a Bressanone e un anno fa mi sono trasferito a Bressanone anch’io. Io non ho più i genitori. Sono sempre a casa sua, lo lavoro negli impianti sportivi. D’inverno sono il custode della palestra, d’estate sono il bagnino della piscina. Erwin dice che tutto quello che ha è anche mio e se io vado da suo papà, che ha un negozio di frutta e verdura in Via Stazione, e compero una banana, non posso pagarla. Il signor Goffredo dice che è mio tutto il negozio. Anche il fratello di Erwin si chiama Goffredo.

– Scia?

– Sì, scia anche lui.

– Fa le gare?

– Una.

– Una, come?

– All’anno. Quella degli spedizionieri. Lui lavora in dogana. Non potrebbe fare anche lui le gare, come Erwin. La signora Paola non lo sopporterebbe.

– Si preoccupa?

– Oh, mamma mia! È sempre in ansia. Se c’è la gara alla televisione, l’accende un’ora prima e poi è nervosissima. Erwin non vorrebbe che fosse sempre così preoccupata, ma dovrebbe capirla Der Letze.

– Der, che cosa?

– Letze. Il piccolo, vuol dire. È così che la signora Paola chiama Erwin. Il piccolo. Gli vuole molto bene. Molto. Erwin ha avuto anche quel brutto incidente allo Stelvio. Lo sai, no? — Sì. Il polmone.

— Non se l’è mai bucato, però. Quante balle. C’era una curva e lui era troppo veloce. Allora è andato addosso al traliccio dello skilift e per il colpo si è fatto uno strappo al polmone e si è rotto due costole. Poi è entrato in squadra. Mi pare l’anno dopo. Lui non pensava di sciare. Ha cominciato a sei anni, naturalmente. Sciavamo assieme a Varna e lui mi fregava sempre in coraggio. Voglio dire che Erwin non pensava di fare le gare ed a Bressanone faceva il cameriere. Poi si è messo in testa di diventare un campione, è andato a fare il cameriere allo Stelvio e Mario Cotelli l’ha visto sciare e l’ha chiamato in squadra.

– Un bel fiuto.

– Sì.

— È diventato un magnifico sciatore, Erwin.

– Sì.

– Potrà diventare davvero un campione. – Sì, grazie Massimo. – Lo ricordo l’anno scorso a Kitzbuhel, parlo dello slalom. Sbalorditivo. Aveva il numero sessantotto.

– Grazie.

– Perché mi dici sempre grazie?

– Perché te lo sei ricordato. Aveva il numero sessantotto e a momenti vince. Der Letze è fantastico. Fantastico, fantastico.

– Hai detto che non c’eri a Val d’Isère, quest’anno?

– No. Non c’ero.

– È stato molto male.

– Appena l’ho saputo gli ho telefonato all’ospedale. Ero già a Milano, avevo parlato con il colonnello Giudici. Brava persona! L’elicottero era già pronto. Erwin però non ha voluto. Ha detto che mi avrebbe spaccato la faccia. Io ho pianto. Io capisco la signora Paola, anch’io sono così.

– Erwin, com’è?

– Troppo nervoso. Vuole solo vincere. Pensa di vincere e diventa sempre più nervoso. A Val d’Isère gli si era bloccata la circolazione. Non puoi più sciare, gli hanno detto i dottori. Allora il piccolo ha pensato di ammazzarsi.

– Ammazzarsi?

— Sì. Ma poi è guarito. È andato là, nell’ospedale di Bergamo con il professor Tagliabue ed il dottor Guzzalian l’ha fatto guarire. Erwin gli darebbe tutto quello che ha addosso. Gli ha regalato un paio di sci. Li ha pagati, sai?

– Tu adesso sei il suo manager.

– Esatto. Lo aiuto. Gli vado dietro. Quando smetterà di sciare, faremo qualcosa assieme a Bressanone. Venderemo gli scarponi della Caber e altre cose. Ha molte idee, Erwin. È stato lui a inventare le ginocchiere. Prendeva sempre dei brutti colpi contro i paletti dello slalom e gli è venuta questa idea. Poi ha avuto anche l’idea delle imbottiture di gommapiuma nelle maniche dei maglioni e adesso quella delle ginocchiere incorporate nei pantaloni da sci.

– È un ragazzo che pensa.

– Sì. Un bravo ragazzo. Due anni fa si è fatto chiamare cavaliere.

– Perché? – Mah! Non lo so. Così. In squadra c’è Rolando Thoeni che è Hitler, Giuliano Besson che è Mussolini, Tino Pietrogiovanna che è il colonnello, Toni Enzi che è il generale. Lo sai che d’estate Toni dorme nel fienile e alla mattina sotto la finestra ci sono i camosci? Tu sai cos’è un fienile?

– Lo so.

– Tutti avevano un titolo e allora Erwin si è fatto chiamare il cavaliere. Un giorno, quando vincerà una grande gara, magari lo fanno addirittura commendatore!

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